Mi basta una settimana in Giordania. Forse.

Primo giorno:

Mi svegliano per farmi aprire il finestrino. Di tutte le misure di sicurezza bizzarra questa é quella che non ho mai compreso. Dicono che tra dieci minuti siamo arrivati. Io dormivo a più non posso che Gigi mi é venuto a prendere alle quattro di notte e prima non ero riuscito a dormire nulla perché ero in agitazione da partenza per le vacanze. Tipo il giorno prima di un esame importante o prima dell’esame di pratica per patente. Roba così. Ecco, ve lo dico subito, della Giordania so molto poco ma giassò che tra sette giorni sarà tutto diverso.

Ritiriamo la macchina in aereoporto e partiamo per Jerash, l’antica città di origini greco-romane a 40 km a nord-ovest di Amman. Oggi nel sito storico-archeologico si possono visitare i resti del foro romano, del tempio di Zeus, l’arco di Adriano e numerosi altri resti di epoca romana. Ci lasciamo risucchiare dalla bellezza di questo che é il sito romano meglio conservato del mondo e tra i più vasti. Le guide indicano due ore di visita ma noi ci restiamo più di tre ore.  Non mi era capitato mai di trovarmi in un anfiteatro come questo, senza nessuno intorno, senza alcun disturbo, nemmeno il rumore della vicina città abitata. Sarà la stagione, sarà la distanza dall’ingresso del sito ma qui siamo solo io e Gigi e l’anfiteatro del bordo é così ben tenuto e solido che fantastichiamo di organizzare qui un festival: ci staranno 800 persone ed il palco permetterebbe il doppio set up, così da fare musica non stop. C’è pure l’area backstage ed il privé…

La sera facciamo una lunga passeggiata ad Amman, tra Rainbow Street che pullula di ristoranti e locali, la storica cittadella e l’antico anfiteatro Romano. Di notte non si può entrare ma anche da fuori é stupefacente e di notte è ben illuminato. Dormiamo al New Park Hotel (49, King Hussein St – 11118 Amman), fatiscente ma accogliente e ceniamo da Al Quds (sulla stessa via dell’hotel) dove con pochi dinari ti servono tipici piatti unici locali molto molto abbondanti. Con piatto si può ampiamente mangiare in due. Anche i dolci sono ottimi. La clientela é soprattutto locale ed il personale gentile. I camerieri parlano inglese. Il contapassi dice che abbiamo fatto 14km. Io sono felice di essere qui ma la testa é ancora piena di pensieri italiani, di cose da fare, del wi-fi da trovare per poter comunicare con l’Italia.

Secondo Giorno:

Scendiamo verso sud, verso Madaba, poi verso il monte Nebo, il luogo da cui Mosé morì dopo aver indicato la terra promessa. Da li si dovrebbe vedere mar morto, la Palestina e Gerusalemme. Purtroppo a noi non andrà bene come a Mosé, vedremo solo nebbia, un muro denso e solido. La strada per arrivarci a tratti sembra il Salento. In macchina parliamo di propositi buoni, di cose che dovremmo fare e cose che faremo di sicuro una volta in Italia, durante questo 2019 appena iniziato, come se qui fossimo sospesi in un luogo ipotetico, d’attesa, nel quale programmare. Ricordo questa sensazione in Mali, in Messico, in Tunisia come in Cambogia. Però poi al rientro in Italia facciamo sempre poco di quel che ci siamo promessi. Io per esempio vorrei riprendere l’inglese, che mi faccio capire sempre ma che spesso vorrei qualcosa di più.

Madaba é graziosa, non troppo caotica. La gente é ospitale. Vediamo un po’ di chiese ed il museo dei mosaici. Nulla di eclatante ma la cittadina merita davvero, sembra più un paesone che una delle più grandi città della Giordania. Ad un certo punto, cercando un caffè che non sia fatto con il Nescafé, entriamo in un negozio di spezie e caffè che prima ci spiega che il suo negozio non é un bar, poi tira fuori due sgabelli, macina caffè e cardamomo pwe offrirci quello che sarà il più buon caffè di tutto il viaggio, forse di tutta la Giordania. Insomma dopo 40minuti di chiacchere siamo andati via con un chilo di spezie a testa e qualche etto di quel sublime caffè. Di Madaba consiglio i mosaici romani con le croci romane perfettamente modificate dai fascisti in svastiche (nella chiesa degli apostoli ed al museo dei mosaici), nonché la lunga scala per arrivare al campanile della chiesa di san Joseph, da dove ho scattato la foto di Madaba dall’alto. Il vento era così forte che temevo mi portasse via il telefono mentre scattavo. Quasi in cima al campanile una scritta a pennarello diceva: The idea is to die young as late as possible.

Lungo la strada dei re, attraversando la valle del Giordano, un fiume che quasi non c’è più, arriviamo al mar morto. Da Madaba sono cinquanta chilometri in mezzo al nulla, solo sabbia, monti, qualche cespuglio e nebbia, tipo Pianura Padana. Poi arrivi a costeggiare il Mar Morto con un forte vento caldo. Resort, resort, alberghi, resort, poi sabbia e terra tipo Marte, foschia, un sole che sembra una luna, poi tanti poliziotti e sempre vento. Poi un fast food, il solo per chilometri, con scritte esclusivamente in arabo. Ordiniamo del pollo che non c’è altro. Sono i primi (e poi scopriremo gli unici) giordani scortesi di tutto il viaggio. Dormiamo sul Mar Morto al Ramada Resort, sono le 17 ed é già notte, non c’è nulla da fare ed improvvisamente mi sento giù, mi capita quando ho l’impressione di buttare via il tempo, così mi faccio fare i fanghi Del Mar Morto, un massaggio mega e chiudo con una sauna. Va mo la’. Questi trattamenti non te li regalano ma sono comunque molto meno costosi rispetto all’Italia. La massaggiatrice (si chiama così?) é asiatica, forse thailandese, forse.

Il Mar Morto é calato di 27 metri negli ultimi 50 anni ed é destinato a scomparire. I nostri figli potrebbero non vederlo e nemmeno trovarlo sul mappamondo. Io mi immagino tutte questi resort abbandonati, fatiscenti, mi immagino un me del futuro che li perlustra ed immagina con un po’ di inquietudine le vacanze di cent’anni prima. Mi immagino camminare in questa grande sala vetrata dei breakfast, tra le sedie verdi, poi camminare tra gli scivoli blu e le loro peripezie, attorno alle piscine diventare stagni, ma senza rane, che qui non ci sono, che nel Mar Morto non ci sono animali, che qui alle porte del deserto tira un vento che spettina i pelati. Penso che alla fine bastano cinquanta anni per far riprendere un luogo dalla natura, per lasciarlo se stesso ed alla sua naturale trasformazione. Cosi mi vengono in mente gli alberi che ‘mangiano’ i palazzi ad Ankor Wat, in Cambogia. Durante la notte, in appena otto ore, mi si é completamente allagato il bagno, che poi pure il bagno adiacente alla sauna era allagato, pure quello accanto alla sala dei fanghi e mi viene da pensare che forse essendo così tanto sotto il livello del mare (quasi 400metri) abbiano dei problemi di scarico.

Poi inizia il deserto e te ne accorgi un attimo prima anche se é la tua prima volta. Gigi mi fa: sta iniziando il deserto’ ed io mi sento meglio. Non so perché ma mi sento bene quando arriva la sabbia, quando intorno alla strada c’è il nulla ed il serbatoio è pieno. O anche solo a metà come nel nostro caso. La radio giordana smette di prendere, così ne cerco un’altra e dopo una scorpacciata di musica araba finiamo in una radio di sola soul music, dev’essere israeliana perché quando cerchiamo di farci tradurre il nome che ripetono nel gingle tutti ci dicono che non sono parole giordane. Il confine é a pochi chilometri, meno di cinque e rimaniamo a questa distanza da Israele per molti chilometri, fino al cambio di rotta, improvvisamente verso est, a cinquanta chilometri a Petra. Mi son sempre rimproverato di non raccontarmi quando sono felice, di non accorgermene nemmeno; ecco ora lo sono, con questo tepore sul petto e la strada dritta ed infinita davanti, le righe gialle ai bordi della strada ed i nostri lunghi silenzi interrotti da ‘something’ dei Beatles ed una voce araba che mi lascia intendere solo due parole ‘George Harrison’.

Terzo e quarto giorno:

Eccoci qui a guardare la Palestina dall’alto. Qui la chiamano ancora così. Niente Israele, niente Cisgiordania. Per loro la Giordania confina ad ovest con la Palestina. Io sto bene, non vi mando sms ne foto, lo so sono un disgraziato, ma sto bene così, perdonatemi. Mi sta crescendo la barba, come non accadeva da Aprile, facciamo in media 17km a giorno e quasi tutti sono in salita. Andiamo a letto presto e ci svegliamo presto, mangiamo tanto Humus e beviamo litri di The alla menta e Caffè Giordano, simile a quello turco ma con il cardamomo. Ammetto che la prima volta che lo assaggi é molto brutto ma poi da assuefazione. Stiamo al Peace Way Hotel, dove ho messo il condizionatore a 32 gradi e con due pail da matrimoniale messi doppi, la notte riesco a dormire bene. Le lenzuola della mia stanza, ogni volta che le sfrego con le mani fanno scintille. Come se avessi le mani fatte di cerini, come avessi in mano una pietra focaia. Chissà di che materiale sono fatte. Accanto all’Hotel c’è un ristorante (Zayamawa Restourant) dove alle 17, quando fa buio, ci piazziamo per un caffè, poi un The, poi la cena. Il wi-fi funziona bene ed i gestori ci hanno preso in simpatia, la zuppa di lenticchie é ottima, le verdure al forno speciali e poi fanno un humus incredibile.

In due giorni abbiamo visto Little Petra, Bayda e tutta Petra, sia di notte che di giorno. Petra di giorno l’abbiamo visitata a ritroso ed é stata una genialata non dover fare tutto il percorso due volte. É stato possibile perché per fortuna abbiamo incontrato, appena arrivati a Little Petra, il primo giorno, Quasim.

Il primo giorno ci ha guidato attraverso Little Petra, sfidando un paio di dirupi che se mettevi male i piedi morivi, fino a Bayada. Mentre il secondo giorno ci é venuto a recuperare con il suo 4×4 sgangherato all’ingresso del sito archeologico di Petra per portarci ad un ora di cammino, tutto in salita, dal Jabal Ad-Dayr, l’ultimo tempio del sito archeologico, lontano più di dieci chilometri dall’ingresso principale è probabilmente il più bel monumento di tutta Petra.

La macchina di Quassim é pittoresca e popolata di strani souvenirs dal mondo: un ancora, una palla di Natale a mosaico, una conchiglia, delle perle, un cuore grigio peloso, una palla pelosa, un koala attaccati ad una penna, uno smile con gli occhi a cuore. Sul cruscotto un cammello trainato da una mini tour Eifel ed una lampada tipo quella di Aladin. Facciamo uno sterrato molto selvatico, andiamo a passo d’uomo su una jeep molto vecchia con i sedili rivestiti male di pelle rossa, di recente. Il volante é ricoperto in pelo rosso.

Lasciamo il 4×4 di Quassim e camminiamo più di un ora tra i monti, siamo i soli non autoctoni nel raggio di chilometri. Il primo tempio che visitiamo, il Jabal Ad-Dayr, é costruito da nabatiani nel primo secolo avanti Cristo, veniva usato per meeting religiosi, poi dal Tempio a ritroso, sempre controcorrente per quattro ore, senza fretta abbiamo raggiunto l’ingresso di Petra. Sedici chilometri circa, attraverso la civiltà nabatiana, quella romana e quella bizzantina. Un esperienza folle ed incredibile. Splendido anche il Great Temple, costruito dai romani e grande più di 12000 metri quadri, scoperto solo nel 1992 e tutt’ora in fase di restauro. Dal tempio si vede bene il dirupo dal quale i romani sterminarono la popolazione nabatiana appena arrivarono qui, lanciando giù dalla montagna a mo di esecuzione uomini, donne e Bambini. Siamo stati un popolo orrendo noi italiani. Spesso penso che lo siamo ancora. A Gigi, quando Quassim ci racconta questi fatti, viene naturale di chiedere scusa, come se avessimo una responsabilità. Mentre a me invece viene in mente quella canzone di Alberto Fortis che dice: ‘romani io vi odio tutti quanti voi romani…’

Tra il primo ed il terzo ed il quarto giorno in città ne approfittiamo per vivere Petra by night e vedere prima il tempio dei tesori (La porta simbolo di Petra, quella di Indiana Jones e l’ultima crociata) ed il percorso per arrivarvi, illuminato prima solo da duecento candele racchiuse in sacchetti di carta e poi, dopo il concerto, illuminata da led colorati, tipo discoteca in riviera romagnola. Il concerto dura mezz’ora e consiste in tre composizioni di musica tradizionale giordana suonata da un flauto ed un violoncello tipico. Durante il concerto, prima e dopo, the a volontà.

Quinto giorno:

Quando partiamo per il Wadi Rum, la King’s Way, vecchia di 5000anni, é un muro di nebbia, tira un vento freddo e la radio passa musica anni 80. Sintonizzando la radio a 88.0 infatti trovate una radio molto simile a Radio Capital che trasmette da Israele e che fa una selecta incredibile di musica internazionale anni 70/80/90 con ogni tanto qualcosa di attuale e alcune perle di artisti arabi. La playlist perfetta per attraversare queste terre. Nel giro di poco meno di due ore superiamo la nebbia, incontriamo la neve ed approdiamo nel deserto a 25gradi. Io ho ancora la calzamaglia e la maglia termica così improvviso un cambio volante dando spettacolo ai blocchi della polizia. Al Wadi Rum Visitors Center parcheggiamo la macchina e saliamo su un 4×4 che ci porterà in mezzo al deserto all’accampamento beduino dove passeremo la notte. L’ultimo paese che incontriamo prima di lanciarci in mezzo al deserto é Al Desah. L’accampamento (il Jamal Rum Camp) é gestito da Mateb e Imat (chissà se si scrivono così), ci offrono un buon the assieme a due ragazze ceche, mentre il tipico caffè del deserto, ironizzano, é il Nescafé, Gia zuccherato ed allungato con il latte. Le due ragazze ceche, Ivetta e Iana (chissà se sono giusti?), ci dicono che anche loro hanno scelto la Giordania perché il volo era economico e mentre ne parlano fanno quella faccia poco convinta di quello che ha fatto una scelta un po’ a caso. Io penso a quante volte ci facciamo scegliere dalle cose piuttosto che decidere noi, con gusto, magari pure con un po’ di paura. Poi per fortuna le cose a volte scelgono bene ed eccoci qui, nel Wadi Rum. L’arrivo nel deserto mi riporta alla mente Walyd, guida tunisina che ci ha fatto guidare il 4×4 tra le dune del deserto, quel bar in mezzo al deserto, a chilometri dalla prima abitazione, quel sentiero sul dirupo vicino a Little Petra, giudato da Quassim, la Falesia di Banjagara’, quel paesino in Marocco nel quale han girato ‘il gladiatore’, poi il Burning Man, quel festival folle in mezzo a non so quale deserto americano che un giorno vorrei vedere.

Facciamo un lungo giro di quattro ore che termina con il passo Giuseppe di Arimatea ed Hawd Aldesah, uno dei set di Lawrence d’Arabia. Per tutto il tragitto stiamo nel retro di un 4×4, all’aperto, per vedere meglio il paesaggio, e resistiamo nonostante il freddo tagliente del vento. Ho due maglie termiche, una felpa tecnica con cappuccio, una giacca a vento, un kway anti vento, il buff attorno al collo, una sciarpa di lana ed una cuffia, eppure ho freddo. Mateb conferma che si tratta di un freddo atipico. Siamo i soliti fortunati. Poco dopo le 16 vediamo uno dei tramonti più belli di sempre e rientriamo all’accampamento. Alle 18:30 ci servono una vera cena beduina. Mateb e la sua famiglia cenano con noi. Siamo in otto e tolte le due ragazze ceche siamo tutti italiani. La capanna in cui ceniamo é l’unica con il fuoco, l’unica calda, con il the sempre sul fuoco ed il bicchiere sempre pieno. Tra questi otto trovo pure l’ex-socio e collega di un mio caro amico: Luca. Hanno avuto per anni un ristorante assieme dove Luca accoglieva i clienti mentre Federico, il ragazzo che abbiamo incontrato qui, faceva il cuoco. Che strani incontri. In quali strano luoghi. Oggi, quando Mateb spegneva la macchina e l’autoradio, bastava allontanarsi di poco dal gruppo per sentire immersi in un silenzio lunare. E se la prima sensazione é senz’altro quella di grande pace e libertà assoluta,  qualche minuto dopo finivo sempre per sentirmi solo e perduto. Hai presente quella canzone di Capossela? ‘stanco e perduto, ma ero allegro quando me ne andai di casa…’ ecco tipo così.

Sesto giorno:

Arriviamo ad Aqaba dal Wadi Rum con la versione integrale di Purple Rain e diversi minuti di assolo annessi. Devo ammettere che se avessero smesso di produrre musica nel 1990 o giù di lì avremmo comunque tanto di cui gioire, questa radio che ascoltiamo sempre in macchina ne é la testimonianza, continua a regalarci sorprese tipo ‘July Morning’ degli Huraiah Heep, a ‘Dream On’ degli Aerosmith, a ‘Seba Allah ‘Ye’ degli Alpha Blondy, ‘It’s to late’ di Karol King, poi I Cream che adoro, Aretha Franklin e tanti che non annunciano ed io non riconosco.

Ad Aqaba il mare é splendido nonostante le gigantesche navi a poche centinaia di metri dalla spiaggia. Il mar rosso non sembra minaccioso, anzi. Tanti bambini ed adolescenti fanno il bagno, alcuni in tuta. Decidiamo di fare in immersione per vedere la vicina barriera corallina, così entriamo da Aquaba Sharks Bay Divers che ci fa un prezzaccio per due ore di di immersione con bombole ed istruttore E ci da un questionario da compilare. Iniziamo a mettere corocette nella liberatoria/autocertificazione e capiamo subito che ne io ne Gigi possiamo fare la nostra prima immersione. Amen, andiamo di snorkeling! Fa un freddo porco ma dopo qualche chilometro di nuoto passa la paura. Facciamo un oretta in acqua e ne usciamo rigeneranti. La consiglio vivamente. Anche d’inverno, anche se siete stanchi.

Appena rientrati dalla nuotata sentiamo un boato arrivare da dietro l’angolo: c’è Siria-Giordania, partita dell’Asian Cup e la Giordania sta vincendo uno a zero. Ci dicono con fierezza che pochi giorni fa ha battuto l’Australia. Tutti i bar della via hanno un paio di Tv all’interno ed un paio all’esterno e centinaia di persone si sono sedute attorno ai bar, chi con il The, chi con la Shisha (il narghilè), chi con il caffé. Tutti partecipano alla partita con improperie, urla o sbattendo sedie e cose che non so, ci guardiamo tutta la partita ed essendo gli unici non Giordano ci tirano in mezzo di continuo. Nessuno parla inglese ma ci capiamo alla grande. Se però dobbiamo comunicarci qualcosa di più complicato allora ci mandano in rappresentanza l’unico in tutto il bar che parla inglese. Per andare in bagno mi mandano nel bar accanto ma poi non riesco a farla che non c’è la porta e dietro di me duecento persone urlano fortissimo ed io mi inibisco. Dopo la fine del match, che si chiude con la vittoria della Giordania due a zero, facciamo una lunga passeggiata per i mercati ed i negozietti che restano aperti fino a notte. Mangiamo pesce nella zona vecchia della città, dove con venti dinari ti portano tanto pesce fresco. Ordiniamo la grigliata ed il cesto del pescatore, due insalate e l’immancabile humus: davvero ottimo. Anche al ristorante la sensazione é che la musica si sia fermata al 1990: ‘Et si tu n’existais pas’ di Joe Dassin, ‘L’italiano’ di Toto Cutugno, Madonna, gli UB40, poi la versione originale si ‘Susanna’ in Italia resa famosa da Celentano. Di ristorante di pesce ce ne sono tanti buoni e non ricordo il nome del nostro, mentre il re del falafel é solo uno e li ho mangiato il falafel più buona della mia vita con solo mezzo dinaro. Non potete non andarci, anche solo per una merenda, si chiama Al Basha ed é su Al Humaymah St.

Dopo cena andiamo a fumare in un locale aperto 24 ore su 24 che tanto somiglia ai bar italiani negli anni 80, tipo quello dei miei nonni, a Medicina. Tutto in legno, con due o tre narghilè per tavolo, tanti bicchieri con granita di Carcadè (ottimo!) ed altre fantasiose bevande. Ogni tanto il proprietario passa e spalanca le finestre, talvolta ci cambia le braci alla Shisha. Accanto al locale una sala giochi, tipo quelle che c’erano in riviera, come a Bologna quando facevamo ‘fuga’ da scuola, nei novanta, ma con tante PlayStation e grandi televisori, così da poterti scegliere il tuo gioco. Dentro giovanissimi e meno giovani. Il Cesar Hotel é in centro, vicino alla spiaggia pubblica. Comodo come da descrizione ed economico. Aqaba é davvero un posto gradevole, turistico ma genuino. Mi ci fermerei a scrivere un libro, un disco ma anche solo a cazzeggiare qualche mese. A pochi chilometri c’è Israele, dall’altro lato c’è l’Arabia Saudita e poi é un importantissimo porto, da cui passano continuamente navi magiche, che sembra di stare in in altra epoca, mai moderne, almeno non oggi. Essendo una città di mare, con tanti altri porti vicini, ne hanno fatto una no tax area e non avendo tasse tutto é sensibilmente meno costo che nel resto della Giordania. Vi conviene quindi fare il pieno di benzina e comprare qui dalle spezie, ai vestiti, all’oggettistica. Io mi faccio una giacca sobrissima blue e viola mentre Gigi compra le scarpe da trekking. Andiamo a letto gonfi di The, che oggi ce ne avranno offerti una ventina. Domani attraversiamo tutta la Giordania da sud a nord per avvicinarci all’aeroporto di Amman.

Settimo giorno

Direzione Dana. La nostra radio preferita da queste parti é a 88,5 anzi che 88,0 ed anche se noi non abbiamo ancora capito come si chiama, lei non ci tradisce mai: Soul Aylum, Neneh Cherry, Nancy Sinatra, The Smiths, INXS, Five Young Cannibals. Arriviamo a Dana Village, al Dana Hotel é li reclutiamo la nostra guida Salem (credo si scriva così) per fare un trekking di tre ore e mezza nella riserva naturale, tra Kenyon e vallate: non incontriamo nessuno per tutto il tempo. ‘Sicuramente il paradiso terrestre me lo immagino così’ mi confessa Gigi dall’alto del suo ateismo. Nella riserva nessun turista può passar la notte, ne campeggiare, solo i popoli nomadi possono accamparvici e lo fanno spesso tra gennaio e marzo. Dovrebbero arrivare la prossima settimana ci dice Salem. Proprio nella valle in cui si stanzieranno i nomadi beduini ci fermiamo e Salem tira fuori dallo zaino tutto l’occorrente per fare il the. Oltre al the nero tipico aggiunge Artemisia ed Origano raccolti durante la nostra escursione. Ottimo. Facciamo il tris é ripartiamo belli carichi e con il sole in faccia. Avrei scoperto qualche ora dopo di essermi ustionato il volto. Nessuna foto può raccontare la bellissima sensazione provata in queste ore quindi non basatevi su quelle e fidatevi, ma penso che questo trekking sia una tappa fondamentale per chi come noi ama camminare ma non riesce a farlo spesso. Può durare tra le tre e le sette ore e si può fare anche se non siete esperti, pure con dei bambini.

All’altezza di Alhasa la nostra radio del cuore smette di prendere e troviamo la radio dance giordana, tipo m2o o tipo il deejay time di Albertino ma tutto in arabo. Solo cassa in quattro ma neanche un brano in inglese. Ci appassiona. Dovrebbe chiamarsi Radio Rutana o qualcosa del genere e la trovate a 90,5. Alle 16:15 inizia a tramontare il sole, potremmo dover guidare al buio e ci ricordiamo di aver letto che i giordani spesso di notte non usano i fanali perché son convinti di guidare meglio senza. Lo scopriremo.

Sempre li abbiamo letto che ad Ammam vive il settantacinque per cento della popolazione giordana e che un terzo dei giordani sono emigrati. Pensare che noi in Italia ci lamentiamo del nostro misero zero virgola qualcosa per cento…

Ad Amman andiamo a cena da Hasham, ristorante tipico popolato di giordani. Tra le diciannove e le venti é strapieno poi si tranquillizza. Fanno cinque cose cinque da mangiare e se chiedi un ‘mix’ ti portano un assaggio di tutto. Con una porzione ci si mangia in due (inclusi i due the) per quattro dinari e mezzo. Il dolce immancabile é invece il Kenafeh e va mangiato da Habibah in Al-Hazar Steet. Chiudiamo con una Zahals Shisha (la Shisha é il narghilè) da Zajal Restaurant Café, dall’altro lato della strada. Consigliatissimo anche questo. Insomma  la seconda sera Ammam ci sembra di capirla meglio. Molto meglio.

L’ottavo giorno rientriamo a Bologna in mattinata. Torniamo nello stesso hotel del primo giorno. Non é male ma penso possiate trovare di meglio per venti dinari a stanza.

Altre informazioni per i viaggiarori:

1-Il Jordan Pass sostituisce il visto, che é obbligatorio per entrare nel paese, e ti da accesso a quasi tutti i siti archeologici e musei del paese. Il visto costa 40. Il Jordan Pass costa 70 con un giorno di Petra incluso, 80 con due giorni di Petra e 90 con tre giorni. Petra By Night non é incluso e costa in nessun caso e costa 17euro.

2-Il monte Nebo evitatelo. Costa due dinari, non é incluso nel Jordan Pass ed il sito non ha alcuna vera attrazione. Se la giornata é bella (non é stato il nostro caso) pare ci sia una bella vista ma durante il viaggio ne vedrete altri mille più belli di sicuro.

3-Petra By Night c’è solo tre sere a settimana: lunedì, mercoledì e venerdì. Controllate sul sito ufficiale di Petra. Costa 17dinari e non é inclusa nel Jordan Pass. Non succede nulla di particolare in questo spettacolo ma per me ne vale la Pena davvero.

4-In generale avendo giorni a disposizione consiglio di prenderseli due giorni per Petra ed uno per Little Petra. Anzi consiglierei di partire in estate con tenda e sacco a pelo da Little Petra e a piedi (7km) arrivare alla fine di Petra é da li ripercorrere il nostro tragitto fermandosi a dormire una notte in paese per eventualmente fare un secondo giorno nel sito.

5-Se é vero che l’inverno é la stagione meno adatta per venire in Giordania vi consiglio, se non potete far diversamente e se trovate un volo conveniente (si trovano fino a 7euro a tratta) di venire ugualmente. Perché se fate uno zaino furbo, sarete felici anche quando fa molto freddo, che comunque non é mai il freddo del nord Italia. Perché la gente é splendida e (se non sarete sfortunati) non vi sentirete mai a disagio, mai in pericolo. Come in pochi altri luoghi mi é capitato.

6-Se andate in Giordania in qualunque stagione che non sia l’inverno non perdetevi il Wadi Mujib, un incredibile percorso dentro un siq, continuamente con i piedi ammollo e con qualche nuotata. Aperto da aprile ad ottobre.

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