Lasciato a metà, come quelle case della periferia di Lima.

Al ritorno dal trekking abbiamo poche ore da passare ad Arequipa. Giusto il tempo per comprare un charango, il tipico strumento a corde peruviano, per sbronzarci di Pisco Sour, recuperare il secondo zaino dall’ostello Santa Catalina e prendere un taxi per la stazione dei bus dove ci imbarchiamo per Ika. 12 ore di bus. Le dormo tutte. Mi sveglio solo per la cena. Riso e tofu. Almeno credo. Una volta a Ika facciamo colazione e ci cambiamo completamente. Siamo passati dalle calzamaglie più pantaloni impermeabili ai pantaloni corti più ciabatte nel giro di una notte. Gli zaini ora sono stracolmi. Prendiamo un taxi per Huacacina, un oasi nel bel mezzo delle dune del deserto, a pochi chilometri dalla città. Un grande luna-park naturale nel quale con un fuoristrada post-apocalittico aperto tipo quelli di ‘mad max’ ti portano su e giù per le dune ricreando l’effetto montagne russe. Poi con uno snowboard rudimentale ti fanno lanciare giu dalle dune come fossero fatte di neve. Due belle esperienze. Divertenti davvero. Per concludere abbiamo fatto un giro in pedalò nell’unico lago dell’oasi e dopo tre Pisco suor siam partiti da Ika alla volta di Parakas, città di mare dove finalmente mangio il Cevice: pesce bianco crudo e molluschi marinati nel lime, cipolla, peperoncino, pepe e sale. Ottimo. Così piccante da farmi lacrimare. 


È domenica mattina e noi dovevano andare a vedere i pinguini, i leoni marini e non so quante varietà di uccelli alle Islas Ballestas ma è brutto tempo le navi non partono. Riusciamo invece ad andare alla riserva naturale dove vediamo l’oceano pacifico come in tutto il suo splendore e troviamo pure il tempo per un bagnetto. Quando rientriamo a Parakas la spiaggia è completamente trasformata. Ci sono ombrelloni colorati a mi di ‘Arlecchino’ dalla strada fino al bagnasciuga. Come la riviera romagnola ma mille volte più affollata è caotica. Gli autobus di linea per lima oggi sono tutti pieni e sembra non esserci alcuna soluzione. Almeno fino a quando un tizio di in agenzia turistica locale, vista la grande richiesta, non improvvisa un Pullman. ‘Le 18 vanno bene?’ Ci chiede. Il sole picchia fortissimo e noi pensiamo di far passare le poche ore che ci rimangono in città con un paio di Pisco-suor. A Lima arriviamo in poco più di 3 ore che è pochissimo ma ci lasciano sulla panamericana, qualcosa di molto simile al grande raccordo anulare. 


La Betta vive al Barranco e la mattina dopo andiamo a piedi in spiaggia. Il quartiere è tutto costruito su un precipizio sotto il quale passa un importante strada e poi c’è subito la spiaggia e poi il mare. L’acqua del Pacifico è gelida ma questo rende l’uscita dall’acqua un momento splendido, caldo, cullante. Pranziamo da un Chifa, tipico ristorante chino-peruviano dove i piatti sono il frutto di un originale mistura delle due cucine. Ogni grande città ne è piena. Immaginate un cinese e la sua pesantezza, moltiplicatela per dieci e non ci siete lontani. Proviamo di andare a fare prapendio dallo strapiombo che divide Miraflores, il quartiere affianco al Barranco, dal mare ma purtroppo oggi non tira vento e non ce lo fanno fare. Il primo giorno a Lima, il 26, lo si poteva fare ma purtroppo questa maledetta abitudine a procrastinare ci ha fatto pensare di poter o fare oggi. L’ho aggiunto nella lista dei buoni propositi per il 2017: non procrastinare. Chissà se ne sarò capace. 

Per festeggia la mia ultima sera in Perù con i coinquilini della Betta organizziamo un pisco-sour e guacamole party. Poche ore di sonno e poi l’aereo.


Sono a Madrid e sono molto emotivo. Poco fa ho pianto per un film d’animazione sulle cicogne che dopo tanti anni di inattività fanno ripartire la fabbrica dei bambini e ricominciano a consegnarli. Per anni s’erano occupate di pacchi diventando la più grande agenzia di consegna pacchi esistente. Insomma ho pianto come uno scemo con questo film. In maniera imbarazzante. Alla mia età. In mezzo ad un volo intercontinentale. Da solo. Stretto in mezzo ad un sacco di sconosciuti. Mi sento stupido è piccolo. Prima ripensavo al Perù. Alle case della periferia di Cuzco, come Lima o qualunque piccolo paesino del sud. Immaginati case basse, che difficilmente arrivano al primo piano e che viste da fuori sembrano tutte incompiute. Come durante una pestilenza, lasciate a metà, piantate li. Con le sbarre di ferro strutturali che si ergono oltre il tetto che non c’è. Aspettando di sapere se e quando costruire il piano successivo. Precari. Anche nel pensare al futuro. Che non si sa Mai. Che se anche fa schivo, che se anche il tetto non è un tetto, ci si tiene sulla possibilità di poter costruire di più. Chissà quando. Ecco io ora mi sento come quelle case peruviane. Anche se non vorrei perché son quasi a casa.

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