Mettersi in discussione, fino a farsi male. Nel Colca Canyon come in bus mentre passano un pezzo dei Pooh

Ad un certo punto pensi di non farcela, perché ti manca il fiato, che sei a 3000m, magari a 5000, perché il ginocchio non ti regge più, perché hai gli svarioni, perché ti sentì sbronzo, roba da svenire o solamente perché un trekking di 20km in poche ore non l’hai mai fatto e la prima volta fa sempre male. Quando però hai finito, quando arrivi in cima, come quando arrivi in fondo sei felice come ad un tuo compleanno, come al tuo matrimonio, come alla tua laurea. Questo è quello che abbiamo provato dopo il primo giorno di trekking nel Colca Canyon. Quasi 20km partendo dalla Cruz del Condor, passando per il villaggio di San Juan Del Chucco dove pranziamo come sempre con riso, uovo, patate e zuppa di verdure, fino alla Oasis Sangalle dove dormiamo in una capanna con letto ma senza corrente elettrica. Normalmente avremmo risparmiato 5km ma arriviamo al colca river mezz’ora in ritardo rispetto alla tabella di marcia e l’acqua è troppo alta, troppo forte la corrente è così nuovamente sui monti ed un altra discesa fino ad un ponte rudimentale e fatiscente di sole canne e tronchi che riusciamo a passare prima che il fiume s’ingrossi tanto da non permettercelo più. Secondo Roy la nostra guida ce l’abbiam fatta per un pelo. Il secondo giorno i km sono solo 6 ma il dislivello è di più di un km ed il mio ginocchio sinistro non può farcela. Ne parlo con Roy ed insieme valutiamo che farò la salita su una mula, un asino. Una bella esperienza. Ho scoperto così che gli asini, come il cavallo, ha una sua strada già battuta sempre sul ciglio del precipizio, proprio sul vuoto. Una volta in cima un paio km in mezzo ai campi di mais rosso e poi finalmente la colazione. Con il solito mate di coca, la marmellata di fragola, le uova rimescolate. Non credo di aver mai mangiato tante uova in vita mia come qui nel sud del Perù. Sulla strada del ritorno ci fermiamo alle terme, una sola piscina con acqua marrone come il fiume in piena, sicuramente non solfurea ma molto calda. Ci voleva. Siamo a 1 ora da Chivay dove pranzeremo ed a 4 da Arequipa. 

Prima di partire ci avevamo dato solo il 30% di possibilità di avvistar un Condor ma ci è andata bene. Ne abbiamo visti tanti, da vicino, nella loro maestosità, a pochi metri da noi, intenti a prendere il vento giusto.


Io riesco a dormire ovunque, quasi in qualunque posizione, riesco a cagare quasi ovunque, ecco, ma non riesco a far la pipì se sento la pressione della fila dietro di me. Mi ritengo una persona pratica, un esemplificatore, ma poi perdo il biglietto del bus per Machupichu o la prenotazione dei pasti per i due giorni di Canyon. Io mi adatto a tutto e vivo bene i cambi di programma. Li trovo stimolanti. Eppure mi si fa spesso notare di essere rigido. Quando non so una cosa ammetto di non saperla, se ho una supposizione da fare la presento come tale. I peruviani invece se chiedi un indicazione non capita mai che non sappiano alla risposta, improvvisano ma rispondono sempre, a costo di mandarti dalla parte opposta della città. Poi non ti dicono mai tutta la verità ma sempre quello che desideri sentirti dire.


È con questo spirito che ci hanno venduto un trekking decisamente sopra le nostre capacità. Ma tutto sommato ora che è finito sono felicissimo di averlo fatto.

Qui in Perù le distanze sono lunghe ed i viaggi interminabili così penso molto a voi li a casa, ai progetti da portare avanti al mio ritorno, ai prossimi viaggi e pure a me stesso, come sono fatto, come vorrei essere, come lavorarci su. 

Dall’autoradio dopo molti pezzi reggaeton ed un po’ di classiconi peruviani arriva una cover dei Pooh in spagnolo. L’autista non lo schippa ed io lo ascolto pure volentieri. Ma pensa… 

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