Ricordarsi di partire, dare un senso alla partenza, arrivare a Lima ed ustionarsi alla prima passeggiata.

L’ultima volta che son partito per le Americhe, l’avrei capito in seguito, dovevo lasciarmi andare e cercavo persone che mi avrebbero indicato il modo giusto. Oggi è il 25 dicembre e questa volta avrei bisogno di mettere ordine. Almeno credo. Durante il lungo viaggio per il Chapas lessi ‘solo bagaglio a mano’ mentre nelle 12 ore di aereo per Lima ho letto ‘coraggio!’ Entrambe di Gabriele Romagnoli, che oggi come allora non è un mio parente ma solo uno che sa indicarmi le cose come farebbe un fratello maggiore. Quello che ne sa. Quello che le ha viste tante. A Lima faccio giusto in tempo ad ustionarmi la faccia, il copino e le braccia sul belvedere di Miraflores come alla prima gita primaverile che subito si riparte per Cuzco. In aereo. È il 27 dicembre. L’idea è quella di risalire a Lima entro il 9 con soli pullman notturni. Sono partito solo dall’Italia per raggiungere La Betta, con l’articolo, come facciamo solo a Bologna. Lei è qui per un anno di servizio civile, con lo spagnolo se la cava ed al sud ancora non c’è andata. Nemmeno a Machu Pichu, che almeno una volta nella vita ci devi passare. Il primo giorno visitiamo Pisaq e Ollaiatatambo. Il secondo andiamo a Vinicunca conosciuta come la montagna dei 7 colori o come rainbow mountain. Il terzo ci dirigiamo all’aguas caliente dove il quarto giorno visiteremoMachu Pichu. Il 31 dicembre arriveremo tardi a Cuzco. Giusto in tempo per la mezzanotte.

Sono giorni di immersione nella cultura inca, nella loro potenza, nelle loro sorprendenti conoscenze. Il primo giorno abbiamo una guida antispagnola, capita spesso in Perù di imbattersi in quest’antipatia secolare. Gli inca dovevano molte delle loro conoscenze astronomiche ed architettoniche alle popolazioni pre-incaiche. Questo grazie alla loro attitudine alla conquista che si oppone alla cultura dell’invasione e della colonizzazione. Quella degli spagnoli che arrivarono in questi luoghi abbattendo edifici religiosi, costruendo chiese ed obbligando intere popolazioni al culto di Gesù e santi così lontani da loro. I momenti felici della vita, quelli da celebrare, secondo gli inca erano tre: la nascita rappresentata dal serpente, il matrimonio rappresentato dal puma e la morte rappresentata dal condor. La vita che è la continua ricerca della felicità, da non confondere con il piacere. ‘Che oggi l’uomo è alla continua ricerca del piacere piuttosto che della felicità’ ci dice la nostra guida ‘che continuiamo a piegare la natura ai nostri bisogni piuttosto adattarci ad essa cercando il compromesso e la pacifica convivenza’. La nostra guida ripete più volte durante la giornata che l’uomo moderno non fa altro che complicarsi la vita, che sarebbe tutto più semplice… 


Dai racconti di Betta e da quel che ho letto mi son figurato gli inca come un esempio primordiale di comunismo nel quale l’unico interesse è quello della sussistenza, nel quale esistono il denaro e l’argento ma che solo ai primi contatti con gli spagnoli perde la sua purezza e genuinità. Di colpo. Quando Pisarro chiede al sovrano Pachacute una grande quantità d’argento per salvarsi la vita. Ecco in quel momento il danaro ha acquisito un altro valore ed io vorrei eternamente vivere in quella fase pre colonizzazione, avere i soldi per viaggiare, per allevare un figlio, magari due, per continuare ad investire su piccoli e sconosciuti artisti con la mia etichetta, garantendo la serenità economica ai miei collaboratori e cercando la felicità. Qualsiasi cazzo di cosa voglia dire. ‘Ed alla fine siamo chi abbiamo amato’ dice Romagnoli in questo suo ultimo libro citando un santo di cui non ricordo il nome e lo penso anche io, mentre questo furgone bianco taglia la nebbia fitta delle montagne che custodiscono le rovine inca. Percorrendo una strada eternamente sullo strapiombo, pieno come un gelato di dense nuvole invadenti. Niente a che vedere con ‘la carrettiera de la muerte, sia chiaro ma comunque molto impegnativa per uno che soffriva di vertigini seriamente.


Il bus per Vinicunca parte alle 3 di notte, arriviamo per la colazione in una comunità alle 8 poi camminiamo 3 ore per arrivare alla cima a 5100m e 2 ore per rientrare. Prendiamo la neve ed il vento più freddo che io ricordi. Mi ustiono le mani ed il volto più di quanto non avessi già fatto e nonostante le pillole per l’altura, nonostante le foglie di coca sempre in bocca in diversi momenti pensiamo di non farcela e valutiamo di proseguire in sella d un cavallo. Per fortuna non cediamo mai e facciamo tutto con le nostre gambe ‘sin caballo’. Nonostante la nausea, il mal di testa e tutto il resto. 


La sera al ritorno mi faccio un tatuaggio da un amico di un amica della Betta. Il secondo. Il primo l’avevo fatto a San Cristobal, in Chapas, sei mesi fa. Il significato di questo secondo ha a che fare con il lavoro, per ricordarmi che è vero che è gran parte della mia vita, che mi occupa le giornate e che lo amo infinitamente ma è anche vero che mi assorbe troppo e totalizza ogni parte di me quindi devo imparare a staccare, come feci per andare in Cambogia, Birmania e Thailandia. Anzi no come ho fatto in questo 2016 che in primavera son partito per il Chapas ed ora per il Perù.

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