Quello che volevo

Tutto finisce velocemente, di corsa, uscendo dalla Junax e saltando sopra ad un taxi in direzione Tuxtla Gutierrez, giusto pochi secondi per un abbraccio a Carla venuta apposta per salutarmi, a Mauro, a Clara, a Miria che contratta con il tassista per il prezzo, un ultima volta. Questa notte mi sono tatuato, tra l’una e le due, con due amici splendidi, tutti e tre al primo tatuaggio, mentre nella stanza accanto gli amici del tatuatore facevano un party techno/drumnbass. Poi per recuperare la festa che avevamo indetto e che ci eravamo persi fino quel momento, abbiamo bevuto tanto e di fretta, mentre un gruppo punk strillava sul palco del Katrina, locale dietro casa nel quale orami eravamo abitudinari. Poi un piatto di pasta (orrenda) fatto alla Junax con schiatarrata italo/cilena/catalana, tre ore di sonno, colazione con Miria ed eccomi qui con il mio bel cerchio alla testa, un po di nausea ed un magone importante, pronto (per forza) ad affrontare 26 ore tra aereoporti ed aerei. Presto dovrò riattaccare il cervello, quella parte di testa che sono riuscito a staccare e con lui, inevitabilmente, quella parte di cuore che avevo bandito. Probabilmente non potrò mai o forse è più corretto dire che non vorrò mai davvero venire a vivere qui a San Cristobal, ma sapere che questo luogo esiste, sapere che la Junax esiste, anche se a migliaia chilometri di distanza, credo mi farà bene. Come fosse un rifugio della mente, come una spa, come un ora dall’osteopata. Carla, una ragazza spagnola con il bisogno di allontanarsi da casa e dai ritmi folli europei era venuta qui con un biglietto di tre settimane. È qui da sette e non sa quando tornerà in Spagna. Sta meglio, decisamente. Sta lavorando per stare bene. Se c’é una cosa che ho sentito dire più volte nei caracol e che mi ha colpito molto é proprio questo dovere sempre cercare di stare bene. Da non confondere con il nostro ‘cercare di stare meglio’ che per forza impone in qualcuno o un prima a cui paragonarsi. Poi c’è Mauro, mio coetaneo di Bergamo, che dopo aver inseguito per anni un futuro migliore, é tornato qui a San Cris, lavora nelle comunità ed ha trovato nel presente, nello star bene oggi, qua, la sua ricetta.

San Cristobal é una città ad un solo piano, la maggior parte degli edifici sono ad un piano soltanto, ogni edificio ha il suo colore, sempre sparato. Le strade sono in pietra e pure i marciapiedi lo sono. É piena di stranieri ma per fortuna pochi turisti con la puzza sotto il naso, non ho mai visto un gruppo organizzato con guida o una scolaresca. Messicani e stranieri si mischiano ovunque, dentro ai locali, nelle formazioni delle band, le coppie che ballano, quelle che si tengono per mano. Il centro si gira a piedi velocemente e dopo due giorni che sei in città già ti trovi a salutare gente per strada. In un locale in una sera possono esserci fino a 6 band una dopo l’altra, si suona fino alle 4 del mattino. C’è musica live ovunque, di qualunque tipo, a qualunque ora e nessuno mai che se ne lamenti. Mangiare costa poco, bere qualcosa in più ma il mescal è strepitoso e lo è anche il giorno dopo. Quando piove torni a casa feadico come se ti fossi tuffato vestito in un fiume. Quando piove l’acqua esce dai tombini come fosse quella di una fontana ma ci si abitua in fretta, ci si affeziona pure. Insomma alla fine è andato come previsto da voi, che al momento di partire non volevo partire ed ora che sto per tornare a casa vorrei solo poter restare ancora un po’. Anche solo fino a fine mese. Magari facendo una gita in Guatemala. Ispirandomi ancora qualche giorno a questi nuovi amici, con questo loro modo di vivere il presente che ignoravo, in queste strade che ti riempiono gli occhi, che ti aprono il naso, che ti sturano le orecchie. Talvolta mi sembra di essere il protagonista di ‘quello che volevo’, vecchia canzone di Niccolò Fabi, quello che pensando a quello che perdeva non ha mai avuto quello che davvero voleva. L’autista filosofo che ci ha accompagnato nei caracol zapatisti dice che per saper dove andare devi prima capire da dove vieni e dove sei. Per capirlo non bastano i 4 punti cardinali ma te ne servono 7. Gli altri tre sono il sopra, il sotto ed il dentro. Capire dove finisci tu e dove iniziano gli altri. Io ci sto lavorando, ecco, ma vorrei anche ricominciare a prendermi cura del tempo. Del mio tempo e di quello delle persone che stanno attorno al mio dentro. Mentre scrivo il mio nuovo primo tatuaggio è sempre lì che mi guarda. Non mi molla mai. Penso che forse ho fatto una cazzata, che presto mi stancherò, ma poi pendo anche non me ne é mai fregato un cazzo di ste cose e che difficilmente cambierò. Penso invece che se servirà a ricordarmi di tutto questi buoni propositi, se servirà a trasformarli da pensieri estemporanei a obiettivi da perseguire ecco allora ha senso averlo fatto proprio lì. Così visibile.

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s