‘Fare il morto’ a Roberto Barrios

A Yaxchilan ci andiamo con una guida di nome Francisco che fa questo lavoro dal 1987, che parla italiano e che ci parla delle cascate Roberto Barrios. Si trovano in una comunità zapatista e sono il luogo dove loro autoctoni vanno a fare il bagno, con la famiglia, la domenica. Cerchiamo qualcuno che ci accompagni per passare qualche ora ammollo lontano da tutto e da tutti e troviamo José, persone gradevolissima che passa con noi la giornata, fa da tramite con gli zapatisti quando serve e ci racconta della sua esperienza trentennale con i turisti. Neanche a dirlo gli italiani assieme agli spagnoli sono tra i suoi preferiti. Israeliani, americani ed alcuni di città del Messico tra gli spreferiti. Maleducati, altezzosi. Attraversiamo il villaggio ed acquisiamo una guida di nome Jesus di soli 12 anni. Ci mostra le 5 cascate e capiamo subito di essere in posto magico che non c’entra nulla con tutte le cascate viste fino ad ora. Ci siamo solo noi e dopo trenta minuti pure la nostra guida dal nome importante ci saluta. Siamo davvero soli, noi e José che paziente attende suonando ritmi sudamericani con una bottiglia di plastica vuota. Mentre esploriamo il territorio della prima cascata spunta fuori dall’acqua un indica con jeans lunghi e sandali in plastica che ci mostra come le cinque cascate siano in realtà un grande parco giochi. Così un tronco che si sporge sull’acqua diventa il nostro trampolino, una pietra verde di alghe uno scivolo e le corde di salvataggio per chi non sa nuotare lo strumento per diventare equilibristi. Tre ore volano cercando percorsi, scalando cascate ed infine tuffandosi da 10metri d’altezza in una pozza verde smeraldo. Non nuotavo così tanto da tempo. Passo 10minuti a ‘fare il morto’ guardando il cielo sopra di me, la foresta, il sole che la attraversa. Penso che la vita dovrebbe essere questa cosa qui e dovrebbe esserlo spesso, che la vita debba passar da qui per essere tale e che sono fortunato, oggi ad esserci passato. Che bellezza. Eppure, mentre ero lì, da solo, a guardare il cielo ed a pensare a tutto facendo finta di pensare a niente, mentre stavo bene come stavo, dove stavo ed anche i miei dolori (certo anche grazie al toradol eh) mi stavano finalmente lasciando in pace, ho sentito un mancanza forte: quella di poter condividere tutto questo. Di registrarlo e di poterlo tirare fuori nei momenti ‘di magra’. Condividendoli ancora una volta e superando ogni ostacolo. Robe mistiche. Robe da supereroi. Anzi no, robe da persone normali che amano la vita ed amano le sfide. Che poi magari è solo un illusione questa di poter condividere, come quella del poter parlare col pensiero, come la telepatia di Marshall e Lily in ‘How I Met Your Mother’, magari.

Arriviamo a Palenque in orario per il nostro bus per San Cristobal nonostante a José si buchi una gomma. Prendiamo un passaggio di una camionettas, camioncini aperti nei quali viaggi in tanti con il vento tra i capelli, tipo un grande phon, di cui tra l’altro avevamo bisogno. Arriviamo in orario ma purtroppo, appena arrivati alla stazione dei bus, scopriamo che oggi c’è un bloqueso (si scrive così?), uno sciopero nel quale gli indigeni bloccano totalmente il passaggio dei mezzi per una strada. Pare che questo durerà 15 giorni. Prendiamo così al volo un taxi collettivo per Ocosingo. Ci assicurano che li potremo prendere un altro taxi collettivo per San Cristobal. Che belli questi imprevisti durante il viaggio. Che bella sensazione questo cambiare continuamente itinerario. Che bello questo sudore smisurato che mi cola da ovunque dentro questo taxi collettivo sovrappopolato. Sto bene. Si. Anche se sempre sul punto di addormentarmi. Anche se qui in ultima fila dormire é davvero impossibile, che ad ogni dosso, ad ogni buca é come se ci tamponassero ed il collo sobbalza come se la testa fosse stata sparata da un cannone.

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