Sacrifico pensieri a Palenque, a Yaxchilan, a Bonampak. 

Scrivo da una piroga, sul fiume Usumacinta, che divide il Chapas dal Guatemala. Stiamo rientrando dalle rovine di Yaxchilan, navigando controcorrente, con un vento piacevole che ci fa dimenticare il caldo umido della foresta. Mi riempio i polmoni i quest’ aria tiepida, gli occhi di questo verde, quello del foresta, come quello del fiume. Mi lascio attraversare da questo non luogo, come in quel lungo viaggio in motorino sul confine tra la Cambogia ed il Vietnam. Il pensiero di essere altrove, fuori dalle cartine, dove non esisti, è una sensazione buona, una carezza, in una giornata bagnata di sudore e malinconie. Mi addormento pure sulla piroga, appoggiando la testa sul gomito, sulla balaustra in legno. Come Alice davanti a me, sdraiata, appoggiano la testa sulle mie gambe. Poi metto una mano a pelo dell’acqua e mi godo gli schizzi che arrivano fino in faccia. Ed ecco che per la prima volta, qui, appena sveglio, ho pensato a cosa fare una volta rientrato in Italia: quando caos concentrato in quel pensiero. Forse spropositato. Lo scrollò via passandomi la mano tra gli occhi, stringedoli, raccogliendo il sudore prima che bruci sotto le palpebre.

Yaxchilan, Palenque e Bonampak sono state tre città Maja molto grandi e popolate: rispettivamente 15000, 20000 e 5000. La prima é oggi dentro alla foresta con gli alberi che rompono gli edifici e si fanno spazio tra i mattoni mentre la seconda è ampiamente ristrutturata e ripulita. Qui la foresta non sovrasta gli edifici e questo le rende molto differenti. Entrambe sono state abitate tra il 250 ed il 950 dc poi i Maya hanno distrutto tutto e sono andati verso l’Honduras, il Belize, verso sud. A forza di disboscare avevamo reso la foresta invivibile, senza animali, senza pioggia, la terra arida, gli stessi motivi per cui oggi non si può proseguire con il lavoro di recupero degli edifici del resto delle città, ancora inghiottite dalla terra, dalla foresta. Basti pensare che la parte visitabile di Palenque è solo il 5% della dimensione totale della città. 

La nostra due giorni archeologica finisce a Bonampak, città più piccola ma molto suggestiva e con pregiatissimi affreschi restaurati negli anni 40 che mostrano gli splendidi colori che dovevano avere al momento della loro creazione. Sia Bonampak che Yaxchilan da molti anni sono di proprietà delle comunità indigene che non hanno i fondi ne l’interesse di portare alla luce altri edifici. Non posso non provare dispiacere per tutto quello che mai tornerà alla luce. Il potenziale che rimane tale, i tentativi non fatti, mi danno malinconia, è più forte di me.


Nella due giorni archeologica abbiamo trovato il tempo anche per due mete naturalistiche nelle quali fare pure il bagno: le cascate di Agua Azul e quelle di Misol-Ha con un incredibile acqua smeraldo, fresca al punto giusto. Due giornate di sveglia alle 4:30 e tante ore in tanti differenti pulmini dove dormire scomodi ed accumulare mal di schiena. 
In questi due giorni abbiamo attraversato il Chiapas, vedendo due albe e due tramonti, avendo tanto tempo per pensare, quando non si dormiva, si intenda. Cercando di recuperare in vano una stanchezza data più dal clima che dalle poche ore di sonno. Parlo di quei pensieri che vorrebbero essere lasciati in queste foreste a cercare con calma la via d’uscita, a correre nelle campagne, a sudare fino ad affogarsi nel proprio sudore. Da questi paesaggi alla Jurassic Park potrebbero pure spuntare fuori da un momento all’altro dei dinosauri e sarei felice pure di dargliene qualcuno in pasto. Come autosacrificio, usanza tipica del popolo Maja, che tagliandosi le dita e perforandosi i genitali, donavano il proprio sangue alle divinità. Ecco i donerei volentieri loro un po dei miei pensieri. Alcuni pensieri possono diventare assordanti anche nel silenzio di pulmino nel quale tutto dormono, mentre rientriamo verso la città, ma il solo fatto di essere qui, così lontano da tutto quello che è la mia vita di tutti i giorni, senza possibilità di far nulla, senza internet, con la consapevolezza che dentro la testa delle persone ci entrano solo i chirurghi e neppure loro hanno la certezza di fare bene, io mi sento più leggero. E la cosa incredibile è che me ne esco senza quel ‘fottetevi tutti’ che spesso rappresenta l’unica via d’uscita, l’unica salvezza prima di andare a dormire, prima di chiudere gli occhi. Ecco…

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