A Oaxaca ci riprovo

Arriviamo ad Oaxaca alle 6 del mattino. Dopo 6 ore di pullman, guidate in modo avventuroso, nel quale tuttavia non son stato sveglio nemmeno un attimo, arriviamo al nostro alloggio. Abbiamo un hotel prenotato ma ci daranno la stanza solo alle 12 quindi andiamo verso lo Zocalo, il centro della città, mentre il mercato si sveglia, mentre puliscono le strade. Qualcuno rientra dal venerdì notte, qualcuno ha deciso di dormire in piazza. La chiesa di Santo Domingo è già aperta ed io mi infilo dentro per parlarmi un po’ addosso. Entro faccio il segno della croce, mi siedo e penso di prendermi un momento intimo con Dio o chi per lui, che si risolve sempre che la mia lista dei desideri, la lista delle speranze, dei dubbi e pure quella della spesa,si trasformano in un dibattito di quelli dove ognuno parla sopra a quell’altro. Tipo quelli politici, tipo Ballaró. Me ne esco sempre senza averci capito né risolto un cazzo. Accade anche oggi. Dormo un paio d’ore in una stanza luminosissima, senza possibilità di chiudere la finestra. Ci svegliano per cambiarci stanza e non riesco più a prendere sonno, vado al mercato di 20 novembre per pranzare. Sono le 16:30. 

Mi sento così a disagio nel non saper spiaccicare una parola, più che in Inghilterra, più che in America o in Birmania. Eppure non mi esce nulla in spagnolo. Devo darmi tempo. Arriverà anche lui, come tutto il resto.

Oaxaca è una delle città con più alta densità di chiese al mondo, sempre aperte, sempre deserte, che ti chiedono di entrare, silenziosamente. Così dopo pranzo ci riprovo, senza fretta. Vorrei chiedere a queste mura rassicurazioni sul futuro. Che tutto andrà bene. E per quello che andrà male che ne sarà valsa la pena. Forse un perdono per le cazzate fatte in passato. Come se il lavoro fatto in autonomia non bastasse. Eppure non ricordo d’aver mai visto una chiesa piena. Di palazzetti diversi. Di piazze anche. Le chiese sempre vuote. Come nella canzone degli Offlaga Disco Pax.

Le strade di Oaxaca come quelle di Città del Messico sono piene di maggioloni e vestfalia Wolkswagen. Di tutti i colori, perfetti, distrutti, pare che la casa automobilistica per qualche decina d’anni ne abbia trasferito qui la produzione. Mi raccontano che per un periodo i maggioloni verdi erano i taxi meno raccomandati che potessi prendere, quelli da evitare come la prima peste. Oggi durante il riposino pomeridiano ho sognato che guidavo uno di quei taxi. Non era mio ma in quel momento ero al volante. Non ricordo molto altro purtroppo e non so bene cosa farmene di questo ricordo, tuttavia… Magari un giorno imparerò a ricordare i sogni, magari andrà sempre peggio, invecchiando, magari è il caso che inizi a prendere appunti appena sveglio. Magari inizio qua in Messico.

Andiamo a cena in un posto vicino alla chiesa di Santo Domingo dove mangio finalmente un insalata dopo giorni di farina di mais (enchilladas, chilaquiles, tamales, quesadillas) e quesa (il formaggio nazionale). Due tizi suonano canzoni messicane che non conosco, qualche cumbia e qualche pezzo italiano tradotto. Curiosa ‘la settima luna’ di Lucio Dalla. Inaspettata. La canta uno che sembra Ron ma conciato come Ivan Cattaneo. Sulla parete di fronte a me una scritta sul muro dice ‘Non disperare, se non del fatto che non ti sei disperato. Quando tutto sembra finito arrivano nuove energie. Questo significa vivere’. Pare sia di Kafka. Penso ai motivi che hanno portato qui le persone con cui condivido il viaggio e cosa li emoziona. Andrea e la storia della rivoluzione, Alice ed il suo primo viaggio degno di esser chiamato così, Margherita ed il suo bisogno di staccare, Enrico ed il suo catalogare suoni, farne una sua enciclopedia, trasformarli in canzoni. Penso al mio bisogno di muovermi, di farlo rapidamente, di tenere impegnata la mente, impegnate le gambe, gli occhi pieni. A quando mi sale l’ansia perché siamo lenti e non riusciamo a fare tutto ciò che vorrei, ciò che ci eravamo prefissati. Beviamo Anejo, un mescal invecchiato molto forte, di quelli che quando lo mandi giù poi ti viene da fare versi animaleschi. Di quelli che ti sbronzi in 2minuti. Ieri invece avevamo bevuto Oro de Oaxaca, un mescal giovane. Lo preferisco. Potrei berne litri e cadere in coma etilico. 

Dopo una riunione lunga e complessa decidiamo di non passare una seconda notte a Oaxaca, di saltare il mare, di partire per San Cristobal de Las Casas. 10 ore di pullman, di notte.

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